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L'Editoriale |
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A cura di : Luciano Ledda Fele |
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001: La fotografia e l'aspetto etico
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Partecipando ad un forum sulla rete, recentemente, ci si chiedeva quali sono le differenze, eventuali, tra la fotografia e la pittura. Il dibattito, interessante, ha finito, come è inevitabile, per toccare argomenti che, per la loro particolare delicatezza, richiedono attenta riflessione ed equo approfondimento. Non è mia intenzione in questa sede rievocare quel dibattito, né emettere un verdetto o una definizione assoluta (per questo diamo ampio e libero spazio nelle pagine del nostro Forum, riaprendo un eventuale dibattito, semmai qualcuno desiderasse approfondire il concetto), desidero invece esprimere quella che è la mia opinione riguardo l’etica della fotografia, in particolare nel mondo del reportage fotografico. Una volta chiariti e consolidati gli aspetti artistici, i quali portano ad affermare che per entrambe le forme espressive l’arte è presente, necessaria e personale, la tesi iniziale sosteneva sostanzialmente che la fotografia, in più rispetto alla pittura, dovrebbe tenere conto di quegli aspetti etici che, soprattutto per il fotogiornalismo, devono rispecchiare l’onestà del fotografo, la realtà dell’evento ed il giusto compromesso con una eventuale "personale revisione” dell’immagine raccontata. In sostanza, raccontare con immagini un evento realmente accaduto, quando non si è stati testimoni oculari, può talora spingere il fotografo a “inventare” le immagini ricostruendo fedelmente quanto è accaduto. Questo è eticamente accettabile.
Ad esempio: per raccontare la siccità in un paese del terzo mondo, un fotoreporter fissò la sua attenzione su un teschio di mucca rinvenuto sull’erba, ai margini di una radura presso un poverissimo villaggio africano. Per rendere più realistica l’immagine, il fotografo spostò il teschio di qualche metro e lo mise sulla terra arida, che realmente caratterizzava la zona. In questo caso inventare l’immagine non deve indurre a pensare ad una mistificazione o, addirittura, ad un inganno. Diverso è quando, per il desiderio di raccontare assolutamente qualcosa, il fotografo ricorre a “inventare” una scena che non è mai stata vissuta. Se quel fotografo, ad esempio, avesse rimediato il teschio di una mucca presso il mattatoio di Roma o Milano e lo avesse fotografato in un campo nei pressi di una delle stesse città, e avesse spacciato le foto per raccontare la siccità in Africa, probabilmente avremmo potuto storcere un poco il naso. Interessante è notare, fra gli altri esempi possibili, i trucchi ai quali ricorsero alcuni tra i primi fotoreporter durante il Risorgimento italiano; queste cose sono sempre successe, anche durante i grandi avvenimenti storici a seguire, fino ad oggi.
Raccontare un episodio realmente accaduto, quando non è possibile farlo “in diretta”, deve necessariamente richiamare l’attenzione dell’autore su questi aspetti etici. A molti di noi capita di dover realizzare e pubblicare racconti naturalistici ambientati, e non sempre riusciamo a riprendere un animale nel suo habitat, proprio nel momento in cui stiamo realizzando il servizio. Inserire quindi nel gruppo di fotografie anche l’immagine dell’animale, ripreso per esempio in un’altra zona, o un animale della stessa specie e magari in cattività, credo che contribuisca a non mistificare nulla, specialmente se l’animale vive veramente in quei posti rappresentati dal reportage. Diverso sarebbe se si volesse raccontare un episodio specifico o un particolare comportamento compiuto presumibilmente dall’animale in quella zona, come inserire ad esempio un orso grizzly nelle campagne laziali (assolutamente improbabile…), o documentare la volpe che si ciba di “cappuccino e cornetto” in un bar di Civitella Alfedena in Abruzzo (storia vera…vista personalmente).
Non bisogna quindi cadere in errori come ad esempio quello che riguardò Milosevich durante i caldi giorni finali del suo regime: per dimostrare all’opinione pubblica di godere ancora un gran consenso popolare, su una fotografia che lo ritraeva in qualità d’oratore ad un comizio, attorniato da qualche centinaio d’ascoltatori, fece clonare alcune persone (tra l’altro in modo ingenuamente palese), tanto da inscenare un uditorio di qualche migliaio. E’ evidente che in questi casi, al di là degli aspetti politici e delle simpatie/antipatie personali, l’aspetto etico, per il fotografo che vuole ottenere un buon reportage storico/sociale, deve essere più che mai vivo. Tenuto conto di queste considerazioni, occorre certamente che il fotografo dia fondo a tutta la creatività e l’arte di cui è capace, facendo opportunamente dei distinguo fra le fotografie puramente e volutamente artistiche, e quelle di reportage storico e sociale.
“Vedere la vita, vedere il mondo, essere testimoni oculari di grandi eventi, osservare i volti dei poveri e i gesti dei superbi………………”.
Luciano Ledda |
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Immagine ottenuta con tre scatti distinti su pellicola fotografica, il modello cambia posizione opportunamente ad ogni scatto
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Immagini elaborate al computer |
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